È uscito sul numero 6 di Vigne, Vini e Qualità (settembre 2026), nello speciale dedicato a maturazione e affinamento, l’articolo «Castagno, il legno del vino italiano» firmato da Ludovico Maria Botti.

L’articolo ripercorre il cammino che dal 2021 ci ha portati a sperimentare l’affinamento in legno di castagno — a partire dal nostro 3S Grechetto, bianco senza solfiti aggiunti, oggi alla quarta annata — fino alla nascita di un vero progetto di filiera corta che coinvolge boscaioli, segherie, bottai e la Regione Lazio.
Una tradizione interrotta nel 1989
Prima che si affermasse la moda della barrique di rovere francese, le cantine italiane usavano legno locale per le proprie botti: nella Tuscia il castagno si lavorava da secoli, e le doghe partivano da Civitavecchia verso Porto, Jerez, Madeira, Marsiglia e Londra. Quella stagione si è spenta con il Novecento: l’ultimo bottaio della Tuscia ha chiuso nel 1989, e per rifare le nostre botti abbiamo dovuto guardare fuori regione, affidandoci a una storica famiglia di bottai irpini.

Cosa cambia nel vino
Il castagno si differenzia dal rovere per una struttura del legno più porosa e per un patrimonio tannico a prevalenza di tannini idrolizzabili. Questa maggiore porosità favorisce una cessione più rapida di composti fenolici e una micro-ossigenazione più intensa attraverso le doghe: effetti più marcati, da gestire con stagionature lunghe e tostature calibrate. Sul piano aromatico tende a restituire note speziate e boisé più marcate, meno vanigliate rispetto al rovere, con un’impronta riconoscibile che si presta a un uso identitario — l’opposto dell’omologazione portata negli ultimi trent’anni dal rovere francese.
Un potenziale di filiera, non una nicchia

Il Lazio dispone di 35.792 ettari di castagneti, oltre 26.000 dei quali destinati a produzione legnosa, concentrati soprattutto sui Monti Cimini e attorno al Lago di Vico. Delle circa 450 aziende vitivinicole laziali, tra 80 e 150 sono considerate potenzialmente interessate all’affinamento in castagno: una domanda regionale stimabile tra 400 e 2.250 botti l’anno, con un incremento di valore di 2-5 euro a bottiglia e un indotto potenziale annuo fino a 3,3 milioni di euro. Su queste basi la Regione Lazio ha avviato un progetto di studio e sperimentazione, presentato quest’anno a Vinitaly nello spazio Arsial, che coinvolge un gruppo di aziende pilota e affida all’Università della Tuscia il coordinamento scientifico e la valutazione sensoriale.
Restituire al Lazio un legno che il territorio aveva saputo lavorare per secoli, e che aveva finito per dimenticare: la sperimentazione di un singolo vignaiolo si candida a diventare il punto di partenza di una filiera corta che rimette in circolo bosco, artigianato e vino sullo stesso territorio in cui nascono.
L’articolo integrale è pubblicato su Vigne, Vini e Qualità n. 6 di settembre 2026 e la lettura è riservata agli abbonati. Sul sito vigneviniequalita.edagricole.it si possono sfogliare le anteprime dei numeri e trovare le informazioni sugli abbonamenti.





